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Questo post non vuole assolutamente appoggiare il detto “ l’importante è partecipare”.
Anzi, credo che si perda totalmente il gusto di partecipare ad una gara sportiva o intraprendere un’impresa lavorativa o intellettuale se non ci sia la voglia di vincere.
Il punto è che ciò che più blocca il raggiungimento di un risultato è la paura di perdere e questa è, nella maggioranza dei casi, dovuta ad una confusione fra il risultato e il nostro valore come essere umani. Lo dico sia per esperienza personale che di persone con le quali ho lavorato per aiutarle ad ottenere migliori risultati nella vita, nello sport o nel lavoro.
NESSUN PRIMO POSTO IN NESSUN AMBITO PUO’ CONVINCERTI CHE VALI QUALCOSA!
SOLTANTO TU PUOI SAPERLO!
Sto parlando di Dignità.
Se interiormente, per qualsiasi motivo, non riconosciamo il nostro sacrosanto diritto di esistere e la nostra unicità e speriamo che a riconoscerla sarà il mondo grazie al nostro successo, siamo destinati a fallire.
Si, perché se riuscissimo ad arrivare una volta, ci sarà sempre una seconda e poi una terza e così via all’infinto, in una corsa sfrenata nello sforzo continuo di non perdere il “podio”. E ci sarà sempre, prima o poi, o comunque in qualche altro ambito, qualcuno che ci batte.
Se invece per qualche motivo non riusciamo, allora o ci si scoraggia e ci si deprime nella convinzione di essere incapaci (e di non valere) oppure si insiste come caproni fino allo sfinimento.
La paura di perdere è dovuta quasi sempre a questo: confusione fra il risultato e il proprio valore.
E attenzione perché questo vale tanto per gli obiettivi materiali che quelli spirituali.
Tanta gente prende la ricerca interiore e il percorso verso l’illuminazione (qualsiasi cosa si pensi di sapere su di essa) nello stesso modo in cui alcuni cercano di diventare milionari (E c’è qualcuno più saggio che invece fa l’esatto contrario, ma questa è un’altra storia…)
Se riconoscete, davvero, sinceramente, la vostra Dignità, e vi rendete conto che siete necessariamente i migliori in quanto esseri unici e irripetibili e quindi senza possibili confronti…
…allora potete intraprendere ogni gara, ogni lotta, ogni scalata sociale o ogni percorso verso un qualsiasi risultato con passione.
Una passione che nasce da un Cuore in pace, sereno, che ha già vinto dentro.
La cosa ironica è che, spesso, è proprio questo atteggiamento che porta alla vittoria.
E sarà una vittoria che avverrà mentre alcuni penseranno a vincere ed altri a partecipare soltanto.
E mentre loro penseranno ad una delle due opzioni, voi taglierete il traguardo per primi…
…o forse vi fermerete a metà strada a bere una birra fresca….chissà!
Incontri di gruppo per osservarsi e sperimentare nuove possibilità,
trovare un maggiore benessere psicofisico e attingere al proprio potenziale interiore.
Transpersonale significa “oltre la personalità”.
La psicologia transpersonale offre modalità e tecnologie per liberarsi dai condizionamenti della personalità e attingere al potenziale della propria vera natura, quello spazio esistenziale presente al centro di noi stessi .
Un valido connubio fra Antica Sapienza e Scienza Moderna per
riscoprire l’essenziale e trovare benessere e appagamento.
Con gli incontri di gruppo e’ possibile vivere per di più l’opportunità offerta da qualità come la condivisione e l’energia del gruppo, la messa in discussione dei propri limiti e il contatto con “l’altro da se’”,
l’unita’, la comunicazione profonda e il contatto con cio’ che trascende i confini dell’io.
OGNI MARTEDI DALLE 21.00 ALLE 23.00
IN VIA TRILUSSA 12, CIVITANOVA MARCHE (MC)
INFO E CONTATTI:
dr.andreagrosso@gmail.com
333 1480516 – 340 3363868
Questo è ciò che hanno compreso e insegnato i saggi, sciamani, mistici e artisti che hanno attinto, in diversi luoghi e diversi tempi, alle conoscenze celate nell’universo visibile e custodite e tramandate dalle antiche tradizioni d’Oriente e d’Occidente.
Oggi, all’interno della cultura occidentale tecnologica e scientifica, altri uomini, con diversi strumenti teorici quali la biologia e la fisica, stanno giungendo alle stesse conclusioni e, attraverso le nuove scoperte scientifiche, stanno contribuendo ad avvalorare l’Antica Sapienza fornendo validità scientifica ad alcuni dei principi da Essa trasmessi.
Nasce così un nuovo paradigma scientifico, quello olistico, che propone una visione unitaria della realtà, superando quella dualistica del paradigma newtoniano-cartesiano.
La visione olistica propone (o ri-propone) il sistema vivente come un sistema unitario che richiede, per essere studiato e compreso, una visione unitaria, olistica appunto.
Propone anche strumenti operativi, “tecnologie del sacro”, per poter trascendere i confini della mente razionale e del mondo materiale, per attingere al sapere e al potenziale celato in esso.
Propone inoltre una visione unitaria dell’essere umano stesso, non divisibile né analizzabile secondo i canoni della scienza medica classica, se l’intento è la comprensione di ciò che ne impedisce il naturale sviluppo verso maggior benessere e realizzazione.
Il paradigma olistico non si contrappone, però, alla scienza dualistica, ma la include e trascende, secondo un ottica sistemica.
A partire da quest’ottica, inoltre, l’essere umano (come ogni altro sistema aperto), sopravvive attraverso l’auto-rinnovamento e l’auto-trascendenza, e quindi necessita di poter mantenere uno stato di omeostasi (che è sempre un equilibrio dinamico e mai statico) e di avere la possibilità di includere e trascendere il nuovo per evolvere.
La rigidità degli elementi nel sistema produce malattia e morte, mentre la fluidità permette il naturale tendere del sistema verso uno stato di benessere.
Non si tratta quindi tanto di curare o modificare, quanto di accorgersi di cosa impedisce lo spontaneo fluire, smettendo di opporsi a questo.
Far muovere ciò che è fermo.
Dar voce a ciò che è nel silenzio.
Portare alla luce ciò che è nell’ombra.
Dal punto di vista operativo, la visione olistica, ridona valore agli strumenti antichi di conoscenza quali la consapevolezza e l’intuizione.
Per entrare in contatto con gli archetipi, con i principi alla base dell’universo, con le forze o leggi che ne regolano il funzionamento, non sono sufficienti le nozioni (l’accumulo delle quali è necessario per la conoscenza duale).
Secondo le antiche tradizioni la Conoscenza è in realtà già presente in un luogo, basta trovare il modo per raggiungerlo e, dato che questo luogo è in realtà uno stato dell’essere, uno stato di coscienza, allora sono necessari degli strumenti che permettano l’accesso a questo stato, strumenti psicofisici, quindi, che creino le condizioni per una trasformazione interiore.
E’ qualcosa di interamente esperienziale.
Difficile da spiegare tanto quanto potenzialmente sperimentabile in modo naturale.
Anzi, più ci si riavvicina ad una vera naturalezza nell’osservare, nel sentire e nell’agire (cosa che richiede un insegnamento e la messa in atto di questo), più è facile coglierlo da soli senza spiegazioni.
Si può cogliere in noi stessi (e attorno a noi), portando in silenzio la mente, entrando in un placato sentire e lasciando fluire la percezione, staccando l’attenzione dagli oggetti che ci circondano e spostandola più sugli spazi che li “separano”, fino al suo manifestarsi spontaneo.
Può essere definito calma, armonia, benessere.
Richiede molta fiducia.
E’ più facile, a volte, sentirlo nel suo svelarsi quando siamo in sintonia con un’altra persona, parlando con lei, danzando, muovendoci in modo sincronizzato.
Allora si scopre che è uno spazio, uno spazio chiamato desiderio o, se si vuole usare un termine più antico, Eros. Ma questo spazio non è vuoto.
E’ un “campo”. E più lasciamo che sia questo campo a muoverci più ne cogliamo la potenza.
Un campo informato. Quando si crea le informazioni iniziano a “girare” e meno mente c’è, più informazioni arrivano.
In questo spazio avviene.
Avviene qualcosa di magico. Ci armonizza, ci calma.
E se a volta capita che emergano stati disarmonici allora basta avere ancora fiducia e metterli in contatto con questo campo.
Perché questo spazio, questo campo, è un campo armonico e quindi non può che armonizzare ciò che tocca.
E se siamo in una condizione per cui possiamo aiutare un altro, allora questo campo agisce per noi, più di noi, più delle nostre tecniche terapeutiche.
Perché questo campo è un campo che cura.
In questo spazio c’è la terapia.
Qui accade l’essenziale.
E, si sa, “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Chiunque si occupi seriamente di ricerca interiore, sa che con questo termine si intendono tante di quelle cose da non avere spazio e tempo per elencarle.
Un insieme di studio, riflessione, messa in discussione, pratica, osservazione, partecipazione a seminari e conferenze, a corsi, intensivi, ricerca di una Guida, trappole, inganni, aspettative, entusiasmi e scoraggiamenti….e via dicendo a non finire.
Sa anche che la ricerca interiore ha anche un aspetto per così dire “esterno”, sia perchè comunque dobbiamo fare i conti con il mondo di oggi, sia perché in qualche modo, nell’illusione di un percorso lineare, quando “dentro” troviamo qualcosa poi abbiamo il problema di esprimerlo fuori.
C’è però un punto essenziale della ricerca interiore, qualcosa di così fondamentale che senza l’uno non esisterebbe l’altra, e questa potrebbe essere fatta soltanto di quello: il ritiro.
E’ qualcosa di così basilare che istintivamente è conosciuto anche da chi di ricerca interiore non ne ha mai sentito parlare.
Ogni uomo o donna, almeno una volta nella vita, ha sentito il bisogno di fermarsi un attimo, di cercare uno spazio per raccogliersi, chiudersi in sé e prendersi del tempo: dal decidere di lasciare tutto per andare nell’Himalaya fino ad andare un attimo in bagno per stare stare da soli almeno in un momento intimo.
Ma il ritiro è qualcosa di molto di più di questo, di un’azione precisa.
E’ uno stato di coscienza. E’ l’inspiro prima di tuffarsi. E’ la tartaruga che raccoglie i suoi arti dentro il guscio per difendersi o riposare. E’ il felino che si lecca le ferite. E’ la sapienza genetica degli animali che quando si ammalano si sdraiano in disparte per auto-guarirsi.
Il ritiro è quindi raccoglimento e osservazione, ma anche terapia, contatto silente con ciò che è celato all’interno.
E non è un optional. E’ un istinto, un bisogno fisiologico che può certamente essere elevato ad arte.
Non si può sopravvivere senza mai inspirare.
Non si può vivere senza mai raccogliersi.
Non si può scegliere, agire, osare o amare senza almeno soltanto un contatto con se stessi.
Eppure questa società odierna non considera questo aspetto e pone in rilievo soltanto il produrre, le scadenze, gli obiettivi, i risultati, il “fare”.
E infatti è una società che sta morendo, e rifiuta le cure.
Se c’è un “Dio che è morto”, per l’uomo, il suo nome è armonia, piacere, gentilezza, empatia.
Educarsi all’armonia in se stessi prima e con gli altri poi, può significare produrre un cambiamento.
Perché armonia è cambiamento, fluire, bilanciamento imponderabile ma sperimentabile.
Questa, secondo me, è l’unica “fede” che abbiamo perso (a dispetto di ciò che dicono i capi religiosi vari).
Quella che vediamo inconsapevole in natura e negli animali è, in potenza, conquista consapevole per gli esseri umani.
E ne basta poca (un piccolo seme di sesamo come recita uno scritto sacro), per muovere montagne.
L’illusione che per smuovere anche solo un posto di lavoro occorrano strategie, obiettivi, piani d’azioni sempre più innovativi ed efficaci, oppure soltanto …culo, ci tiene avvinti al perpetuarsi di oscillazioni fra la disarmonia, l’inseguimento infinito, e la “nostalgia” di un passato ancestrale, un paradiso terrestre incontaminato.
Eppure una via esiste.
Talmente semplice e delicata da essere oscurata dagli abbaglianti fuochi d’artificio della complicata società moderna.
Tutti. Ripeto tutti, e in tutto il loro organismo psicofisico, inseguono l’armonia.
Si arriva perfino alle peggiori atrocità per cercare la pace (per poi, se va bene, scoprire che si è cercato nel posto sbagliato).
Ma pochi se ne accorgono, pochissimi cercano l’essenziale.
Eppure l’essenziale ha un potere trasformativo che supera la più fervida immaginazione umana.
E, per fortuna, Armonia non è morta (e quindi neanche Dio).
Solo l’essere umano attuale, per ora, è a rischio…
No. Non mi riferisco a “quella” prima volta, ma ad un’altra che per me è stata anche più intensa e “scioccante”.
La prima volta che ho sperimentato la meditazione.
Una prima volta del tutto originale e inaspettata.
Nessuna sala pratica. Nessuna tecnica specifica. Niente incensi né musica.
A dir la verità non avevo la più pallida idea di cosa fosse davvero la meditazione, né sapevo che, anni dopo, avrei dato tanta importanza alla ricerca di quello stato di coscienza.
Avevo 19 anni. Un periodo particolare, in piena crisi esistenziale.
Mi ero iscritto all’Università, ma non avevo ancora bene chiaro in mente che cosa avrei fatto “da grande”.
Ero confuso. Molto confuso. Nella mia mente circolavano a velocità stratosferica centinaia di idee, pensieri, contraddizioni, dubbi e domande.
Eppure avevo bisogno di fare chiarezza, di scegliere, di decidere in qualche modo chi ero, quale fosse la mia identità.
Ogni giorno mi trovavo a cambiare idea su tutto. A volte ogni poche ore.
Un momento pensavo di voler essere ateo, poi credente, poi credente ma eretico.
Un attimo decidevo che avrei seguito sempre la razionalità, l’attimo dopo l’istinto.
Per qualche periodo ho pensato che la filosofia mi avrebbe cambiato la vita, poi che una donna lo avrebbe fatto, ancora dopo la scienza, oppure l’alcool.
E nella testa si fissava un pensiero, un’idea, un’ideale persino, per poi a breve vederne l’assurdità e lasciare spazio ad una nuova fissazione, destinata anch’essa a sciogliersi.
In fondo tutto aveva senso e non senso allo stesso tempo, era vero tutto e il contrario di tutto, solo questione di punti di vista.
Eppure avevo bisogno di stabilità, di un centro, ma niente mi sembrava tanto “valido” da esser tale.
Così tante volte mi sembrava di impazzire a tal punto che alla fine arrivai persino a vedere la follia, per quanto affascinante, solo l’ennesimo punto di vista relativo e non soddisfacente.
Niente mi soddisfaceva. Tutto, in qualche modo, alla fine mi dava noia.
Ogni volta che raggiungevo il limite di sopportazione prendevo il mio scooter celeste e bianco, pieno di adesivi, e andavo a fare un giro per le campagne ma, dopo un primo momento di liberazione, i pensieri ripartivano e il giro di giostra ricominciava.
Un gran giramento di testa e, devo dire, un gran giramento di palle!
Poi, un giorno, all’improvviso, qualcosa cambiò.
Correvo veloce sul mio solito scooter, nella solita strada di campagna, col solito flusso di pensieri in testa.
Ma, ad un certo punto, un pensiero “anomalo” rispetto agli altri comparve dal nulla, in mezzo al frastuono interiore:
“perché tanto battersi per l’una o l’altra idea, perché tanta ansia di aggrapparti ad un pensiero particolare, sperando di trovare stabilità laddove non può esserci? Tutto cambia: i tuoi pensieri, le tue emozioni, persino la realtà esterna cambia continuamente.
Prova a lasciar scorrere senza “fissare” niente. Prova a prendere semplicemente atto di ciò che compare nella tua mente, così com’è, senza giudizio, senza pretese, senza trattenerlo né respingerlo”
Tutto questo in un istante, al quale seguì un istantaneo “click” nella mente.
Il corpo si rilassò totalmente, la mente si alleggerì improvvisamente.
E mentre i pensieri e le sensazioni fluivano liberi, scivolando via, una strana, silenziosa gioia avvolse tutto il mio essere e per tutto il resto del tragitto fui pervaso da un senso di benessere e leggerezza mai provato prima, accompagnato da una grande lucidità e consapevolezza.
Passarono alcuni anni prima che io potessi dare un nome a quello stato di coscienza, e altro tempo ancora prima che capissi quanto possa valer la pena cercarlo, coltivarlo, tentare di conquistarlo e mantenerlo, anche nelle più caotiche situazioni.
Sono passati 15 anni, ed ora, pur sapendo quanto aiuti un abito adeguato, una sala pratica predisposta, una Guida, il silenzio, sono anche infinitamente grato di aver avuto la fortuna di vivere quell’attimo magico in un momento informale, in un posto come un altro.
Coincidenza o destino, oggi abito proprio vicino a quella strada e, spesso, mi trovo a passarci con l’auto per andare al lavoro.
A volte, mi sembra di vedere venirmi incontro dall’altra parte un ragazzo su uno scooter celeste e bianco pieno di adesivi.
E con una strana, silenziosa gioia nel viso.
Estate, per quasi tutti gli italiani, significa vacanza.
Ed è un anelito, qualcosa a cui si pensa continuamente.
In modo un po’ più grande è simile all’aspettativa del week-end: tutta la settimana si va al lavoro aspettando il week-end (“uffa, è ancora martedì…”).
E tutto l’anno si va al lavoro aspettando l’estate che poi, come il week-end, spesso passa moooolto velocemente e senza lasciarci un vero e proprio senso di rigenerazione, che è l’unica vera cosa di cui abbiamo bisogno.
Anzi, a volte tra la grande aspettativa di liberarci dello stress, lo stress della vacanza e lo stress del lavoro che ricomincia, finisce che riparte il lavoro…..con più stress di prima!!
Ma ciò che non sappiamo (anche perché nessuno ce lo ha insegnato) è che rigenerarsi è un’arte che si può apprendere e, soprattutto, non necessita per forza dell’andare in vacanza, né di non lavorare!
Rigenerazione significa, essenzialmente, permettere all’organismo nella sua totalità (nei suoi aspetti fisici, energetici, emotivi e mentali) di ripulirsi, di rimettere in circolo le energie bloccate e, in sintesi, di creare armonia, che poi è ciò che sperimentiamo come benessere.
Non basta quindi sdraiarsi al mare e bere una bibita fresca, né “svaccarsi” sul divano davanti alla tv, e neanche dormire!!
Non serve neanche avere qualche giorno di ferie se il nostro emotivo e la nostra mente continuano a “ingrovigliarsi” oppure decidono di spegnersi!
In realtà basta molto meno.
Essere in vacanza è uno stato di coscienza!
Può bastare, anche in un lunedì qualsiasi in un normale giorno lavorativo, godersi 10 minuti in un bar, con un caffè, respirando l’aria estiva piuttosto che lamentandosi perché dobbiamo lavorare e non possiamo andare al mare!
Ascoltare il nostro corpo e rilassarlo, godere del respiro. Godersi una semplice doccia di 5 minuti come un massaggio che facciamo a noi stessi, il profumo del bagnoschiuma, il suono e il tocco dell’acqua che che ci accarezza.
Leggere un bel libro, ascoltare un brano di una musica che ci piace (per entrambe le cose non esiste la scusa “non ho tempo”…possono bastare anche 5 minuti!)
E tante, tantissime altre possibilità, che basta “inventarsi” al momento.
A quel punto, quando l’arte di rigenerarsi (creare armonia) è parte integrante della nostra vita, quando conosciamo e abbiamo incorporato lo stato di coscienza dell’ “essere in vacanza”, avere la possibilità di non lavorare o di partire per qualche giorno sarà un’altra bellissima (e solo quantitativamente maggiore) occasione di piacere.








