06/06/19 By Andrea

Ritmo, vita equilibrata e fiducia

Tratto da:

Il significato della Musica

di Marius Schneider

 

Chi volesse stabilire un confronto tra le movenze di un cittadino europeo medio e quelle di un primitivo noterebbe costantemente l’impaccio, la fiacchezza, la goffaggine e l’ineleganza del primo, che cammini, stia seduto o in piedi, parli o, comunque, prenda contatto con l’ambiente.

L’impressione si aggrava quando si osservano persone che compiono movimenti volutamente ritmici; infatti l’abito ritmico naturale non è volontario, bensì radicato nel profondo dell’essere.

Ma perlopiù colpisce una certa spiacevole rigidezza o totale rozzezza, ed è raro il caso che venga assunto l’unico atteggiamento possibile, quello che sta a metà strada tra l’affettazione e la completa rozzezza, intendo dire la scioltezza controllata.

Oggi assistiamo a molteplici tentativi di correggere con esercizi fisici la situazione descritta; ma il problema è condizionato da alcuni fattori importanti. In primo luogo, ci si dovrebbe convincere che per ricostruire una vita concepita ritmicamente poco gioverebbe l’uso della nostra musica d’arte, che non è un fenomeno naturale bensì artificiale.

Non intendo affermare che la musica debba essere bandita dall’educazione ritmica, anzi, non ho difficoltà a riconoscere che a tale scopo essa è insostituibile, essendo l’unico fenomeno in grado di fornire leggi fondamentali del movimento nella forma più sciolta.

Ma proprio sotto questo aspetto la nostra musica d’arte è assai meno adeguata di quella naturale, su cui torneremo.

La seconda premessa ha natura puramente spirituale.

L’impegno di dare al corpo una certa euritmia non è quasi mai accomapagnato dalla volontà di vincere la rigidità e la scompostezza interiori.

Non è difficile intuirne il motivo. L’attuazione di tale impegno urta evidentemente contro difficoltà ideologiche o puramente umane, per cui ci si adatta a un compromesso che perlopiù nasce da una torbida combinazione di mezze verità.

La situazione odierna non facilita di fatto la scoperta di un aggancio psichico-intellettuale, perché non esiste un’idea che si sottragga all’indeterminatezza, alla vacuità o all’equivoco.

Tuttavia non è lecito rinunciare alla ricerca di un comune elemento risolutore che ci aiuti a correggere il crescente irrigidimento e l’incapacità di comunicare dell’individuo.

Ritengo che si possa ancora aver fede in poche ma sicure realtà: il desiderio di una vita più equilibrata, e la convinzione che la crisi dell’uomo moderno e della sua cultura è fondamentalmente una crisi di fiducia.

È infatti innata nell’uomo – come nella terra su cui egli vive – la necessità di ruotare fiduciosamente intorno a un punto stabile.

Le nostre inclinazioni e antipatie, i nostri interessi e le nostre stesse libere occupazioni provano l’impossibilità di vivere normalmente senza un centro e senza fiducia.

Si tratta pertanto di sapere se possa ancora esistere un centro concretamente utilizzabile da tutti, in cui possiamo riporre la nostra fiducia.

Nonostante l’apparente singolarità della mia affermazione, credo di poter dire che esso esiste e che si trova simultaneamente dentro e fuori di noi.

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