Sull’esperienza sciamanica

Tutti noi – anche se tendiamo a dimenticarcene – abbiamo sperimentato nella nostra infanzia l’esperienza sciamanica.

Uno stato naturale che scaturisce dalla possibilità di muoversi su diversi piani di coscienza e di attingere a piacere – e, aggiungiamo, con piacere – a una molteplicità di sensazioni e stimoli.

Fantasticare, sognare ad occhi aperti, meditare, senza provare alcun timore o timidezza nei confronti delle epifanie che ci si parano innanzi e a cui si è invitati.

I bambini vedono passare gli angeli, parlano con cose (apparentemente) inanimate, hanno amici invisibili, si sdoppiano, si servono di oggetti magici (avete in mente Linus che si strofina la sua coperta nelle orecchie?).

Amano le vertigini e sanno come procurarsele: ruotano come folli, fanno capriole, urlano, trattengono il respiro, ripetono frasi senza senso, inanelano parole in loop, si fanno lanciare in aria da mamma e papà.

E che dire di quanto apprezzano il suono dei sonagli e delle percussioni?

Ognuno di noi, da bambino, è abilitato ad un uso emancipato dell’immaginazione, in fase non ancora formattata dal controllo e dalla riprovazione sociale.

Lo sciamano è semplicemente qualcuno che – con disciplina, coraggio, perseveranza, esercizio mentale – è riuscito a mantenere e controllare questo stato “infantile”, mettendolo al servizio della sua evoluzione mentale-spirituale e, contemporaneamente, del benessere della sua comunità.

 

da “Sciamani. Istruzioni per l’uso” di Matteo Guarnaccia

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