Risposta ad un indovinello-koan sulla Meditazione

Qualche giorno fa ho postato nella mia pagina facebook una specie di idovinello-koan relativo alla pratica della meditazione.

L’ho fatto spinto dalla consapevolezza che le tecniche di Meditazione (o di Mindfulness, come si usa dire oggi) possono davvero apportare molti benefici a chi le pratica, ma che, allo stesso modo, oggi esistono tanti fraintendimenti, proiezioni (e in alcuni casi delle vare e proprie falsità) su cosa siano e a cosa servano davvero.

Il motivo per cui invece che dare una qualche spiegazione teorica ho preferito formulare una domanda è il fatto che descrivere in modo tecnico alcune esperienze relative alla pratica di questo tipo di tecniche o ridurle a risultati di ricerche scientifiche (per quanto utili e interessanti) rischiano di creare ulteriore confusione e, soprattutto, di bloccare attraverso delle definizioni qualcosa che non è davvero definibile e che, anzi, riguarda la possibilità di accesso a qualcosa di nuovo o comunque di diverso dalla condizione ordinaria (altrimenti non potremmo parlare di veri e propri benefici duraturi ma solo di momentanei palliativi).

Comunque, la domanda era questa:

Nella Meditazione non cerchiamo l’opposto del pensiero negativo, o dell’emozione disturbante, o della sensazione spiacevole.

Nella Meditazione non cerchiamo neanche un bel pensiero, un’emozione positiva o una piacevole sensazione.

Non cerchiamo neanche la percezione di qualcosa in particolare, interiore o spirituale.

Cosa cerchiamo allora?

 

Devo dire che sono stato piacevolmente colpito della partecipazione di così tante persone, le quali si sono dimostrate, in generale, tutt’altro che impreparate sull’argomento e assolutamente non banali.

Anzi, ho letto con piacere che (almeno chi ha scritto), non ha dato riposte così fantasiose, cerebrali ed errate come spesso vedo in giro.

In questo post voglio dire la mia che, ancora una volta, non vuole essere una “risposta definitiva” ma lo stimolo a coinvolgere sia la razionalità che l’intuito e, soprattutto, la voglia di riflettere e osservare ulteriormente (e soprattutto sperimentare in prima persona).

Quello che volevo sottolineare nelle parole del Koan, era proprio il fatto che troppo spesso ci si riferisce alla meditazione come una tecnica per “ottenere qualcosa”, di solito positivo (opposto quindi a qualcosa di negativo) se non addirittura “spirituale” (opposto a “materiale”).

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Anche quando se ne parla in modo molto concreto cisi riferisce ad un mezzo per eliminare lo stress, risolvere ansia o depressione, ottenere maggiori capacità di concentrazione e via dicendo su questa linea.

Tutto vero, di fatto.

Ma…non completo, né alcunché di questo permette di cogliere un aspetto della Meditazione che, se non deve per forza essere necessariamente la “vetta suprema”, è indubbiamente un passaggio senza il quale siamo ancora nel campo del lavoro mentale e/o energetico e non “oltre”.

Tra parentesi: finché siamo in quest’ambito, al contrario di ciò che dicono tanti luoghi comuni, le tecniche meditative possono produrre anche danni…

Comunque, si diceva…

La Meditazione è una parola usata per indicare la tecnica ma che indica , in realtà, anche lo stato di coscienza a cui la tecnica dovrebbe condurci.

E dato che parliamo di uno stato di coscienza e del fatto che presumibilmente dovrebbe essere superiore o quantomeno diverso da quello ordinario, non ci si può riferire a “cose” per definirlo.
Le “cose” infatti, e in particolare modo i nomi che le definiscono e ne permettono il riconoscimento e la classificazione, appartengono ad uno stato di coscienza che per semplicità definiremo “della mente ordinaria”.

Questo significa che se ad esempio mi siedo a praticare perché ho l’ansia e voglio la pace, oppure ho pensieri o immagini negative e ne cerco di positivi, sto cercando ancora nel livello di coscienza in cui sono.

Il che significa che, se mi andrà bene, otterrò quello che volevo…ma non quello che la Meditazione può darmi o per cui è stata (forse) creata.

Senza tener conto del fatto che se cerco qualcosa significa che già ho in mente delle “cose”  da cercare che, tra l’altro, potrebbero essere (anzi, probabilmente lo sono) immagini o concetti che già conosco o penso di conoscere.

Niente di nuovo quindi, da poter trovare.
Naturalmente se non cerco nulla e non mi siedo per praticare non accadrà nulla comunque (questa è une delle scuse più subdole di quella parte di neo praticanti pseduo-zen che con la scusa che non c’è nulla da cercare semplicemente continuano a dormire beati raccontandosi e raccontando che si stanno svegliando).

Quindi, tornando a cercare (in modo paradossale) di definire ciò che non può essere definito, e ricordando che non necessariamente rappresenta l’illuminazione (altro termine vagheggiato da ormai troppe persone)…

…Di fatto la Meditazione dovrebbe permettermi innanzitutto di “uscire” dal gioco-guerra-conflitto proprio della qualità presente nella mente ordinaria che si regge, per così dire, sulla dualità, sul giudicare qualcosa, cercarlo o fuggirlo, nella disperata ricerca di una pace che, naturalmente non trova.

Perché?

Perché anche quando pensa di cercare la “pace”, si sta riferendo a qualcosa che è opposto all’irrequietezza, e quando dice di cercare il “vuoto” si riferisce a qualcosa che è opposto al “pieno”.

E, così…non se ne esce.

Come possiamo fare?

Proviamo a fare un piccolo “salto”, usando una spiegazione che servendosi del linguaggio del pensiero non potrà che apparire ancora “duale” ma che può essere un trampolino di lancio:

Se invece di oppormi al pensiero negativo, cercandone uno positivo, o all’ansietà, cercando la pace…

…se invece di  focalizzarmi su qualcosa di specifico (il respiro, un simbolo, un mantra etc…)…

…o anche MENTRE sono focalizzato su una di queste ultime cose, o impegnato nelle precedenti…

…se, dicevo, cominciassi ad osservare tutto questo e, pian piano, dare meno importanza a ciò che osservo per darla AL FATTO CHE OSSERVO?

Se spostassi la mia attenzione sull’essere ricettivo, sull’ascoltare, a PRESCINDERE dal COSA ascolto?

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Che succederebbe?

Sicuramente mi toglierei dalla ricerca di qualcosa opposto a qualcos’altro perché non mi interessa più COSA ascolto ma il fatto CHE ascolto.

E l’unico intento sarebbe quello di assicurarmi CHE STO ASCOLTANDO (o osservando o sentendo).

Si tratta di spostare l’attenzione non su QUALCOSA rispetto a QUALCOS’ALTRO, ma proprio su un altro livello, un alto contesto, un altro spazio.

Descrivere altro sarebbe inutile, però ci sono alcune “immagini” che possono condurre, usando qualcosa di più che il pensiero logico, a cogliere qualcosa di questo passaggio:

Guarda la stanza in cui sei ora.

Ci sono vari oggetti, differenti.

Alcuni ti possono piacere e altri no

La tua mente può passare da uno all’altro oppure focalizzarsi su di uno in particolare.

Oppure…puoi spostare l’attenzione sullo spazio della stanza, su ciò che contiene quegli oggetti. Gli oggetti rimangono. Ma qualcosa nella tua percezione è cambiato.

Immagina il mare.

Ci sono tante onde, una diversa dalle altre, alcune più grandi e alcune più piccole.

La tua mente può passare da una all’altra oppure focalizzarsi su di una in particolare.

Oppure…puoi focalizzarti sull’acqua del mare, sulla “sostanza” di quelle “forme” (le onde).

Le onde continuano e cambiano continuamente, ma l’acqua è sempre acqua…

E tu non hai più bisogno di cercare onde migliori perché, tanto, sono sempre acqua, sono sempre il mare, l’unico mare che muta sempre ma la cui sostanza non cambia mai.

Spingendoci oltre, se osservi le “onde” dei tuoi stessi pensieri, stati emotivi e percezioni di qualsiasi tipo, se ti sposti dall’osservare i contenuti a cogliere il tuo stesso osservarli (che è anche il contenitore), accade che cogli ciò di cui ogni percezione è fatta, la sostanza della realtà, così come l’hanno definita in tante tradizioni sapienziali: la Coscienza.

Che è (anche) la TUA coscienza.

A questo punto, ha più senso cercare il vuoto o il pieno, il brutto o il bello, l’essere o il non-essere?

A questo punto…dove finisci tu e inizia il “mondo esterno”?

A questo punto…che c’è di male nelle tante “onde” della Vita se, tanto, sono tutte forme di quell’unica Sostanza (la Vita-Coscienza) dalla quale NON HAI SCAMPO?

Ma qui devo fermarmi…mi sono già spinto laddove è facile ricadere nella dualità speculativa…

A voi la parola…nei commenti! 😉