Uno Stato di Coscienza (Tratto dal mio libro: “Mente attenta, Cuore aperto”)

Don’t you ever watch the eagle fly to the sun

and wonder how he got to be so free?

If you ever have you know your journey’s begun.

Hey what’ve we got to lose boy, when already we are

lost in the wilderness?

 

(Non hai mai visto un’aquila volare verso il sole?,

E non ti sei stupito di come possa essere così libera?

Se lo hai mai fatto il tuo viaggio è iniziato.

Hey, cosa abbiamo da perdere amico, quando siamo già

persi nelle terre selvagge?)

 

Dal brano Lost in the wilderness del Musical “Children of Eden”, di Stephen Schwartz

 

Esiste uno stato di coscienza difficile da definire o spiegare

e che, in quanto esperienza e non concetto astratto, coinvolge l’intera struttura di chi lo sperimenta, dalla mente e i vissuti interiori fino alla chimica e alla fisiologia del corpo.

È  uno stato di coscienza caratterizzato da armonia, senso di unità in se stessi e con l’ambiente, gioia accompagnata da una calma lucidità. I mistici lo chiamano stato di grazia, gli sportivi la zona, gli psicologi dello sport stato di flow. Ma lo si può anche definire meditazione, stato naturale, o apertura del Cuore.

Questo stato, per quanto apparentemente misterioso e sfuggente, è stato in realtà oggetto di ricerca scientifica e indagato in diversi ambiti di sperimentazione, dallo sport al misticismo. Eppure è una condizione che ogni essere umano potrebbe aver vissuto, almeno una volta nella vita, in prima persona, direttamente.

Durante una piacevole cena fra amici, o davanti ad un paesaggio mozzafiato, nell’intensa e dolce intimità con la persona di cui siamo innamorati, o nel pieno godimento di un passionale atto sessuale, nei momenti magici dei giochi da bambini, nelle scherzose chiacchiere sulla panchina col gruppo di amici adolescenti, davanti ad un’alba silenziosamente potente col sole che sorge dal mare dopo una notte brava, al cospetto di un tramonto rosso fuoco che introduce la pace della sera, durante un’azione compiuta in modo totalmente concentrato, quando oltrepassiamo il limite della stanchezza e un’energia esplosiva e nuova ci avvolge per andare oltre un limite mentale o fisico, ma anche nella quiete improvvisa e stupita dopo un momento catartico vissuto nel pianto, nel dar voce a ciò che da tanto era nel silenzio o persino in momenti di intensa drammaticità o pericolo.

Chiunque provi a ricordare uno di questi momenti, pur nelle ovvie differenze soggettive, ritroverà certamente alcuni vissuti caratteristici, come l’assenza del senso del tempo, la sensazione di perfezione del momento, il rallentamento dei pensieri o addirittura l’assenza degli stessi.

Uno stato di coscienza che, pur variando a seconda della condizione specifica in cui ci troviamo, possiede le caratteristiche proprie della gioia (dalla completa serenità ad un’estasi avvolgente), un senso di fluida circolarità delle energie, un sentirsi connessi, se non completamente fusi in unità, con se stessi e con l’ambiente, vivendo il paradosso di una più o meno totale assenza del senso dell’Io accompagnato dal sentirsi più vivi e presenti del solito. In più, spesso, il tutto viene coronato da un’improvvisa nuova comprensione, la visione immediata e chiara del significato di cosa ci sta accadendo, se non dal cogliere direttamente un più profondo significato dell’esistenza.

Oppure ci sentiamo “nuovi”, “guariti”.

O ancora, nel caso di un momento dinamico, di tipo sportivo, lavorativo o artistico, viviamo la magia di una performance fluida e concentrata, perfetta in se stessa, eccellente nel suo dispiegarsi con maestria. Diventiamo l’azione stessa, e chi la percepisce da fuori non può che stupirsi, o commuoversi, o gridare al “miracolo”.

Ma cosa accade, realmente, quando sperimentiamo questo stato?

Ci sono diversi studi a riguardo, che hanno portato a stabilire alcuni punti caratteristici. E prima ancora degli studi, esistono racconti, miti e poesie create da individui che sentivano il bisogno di condividerne il vissuto. Così come metodologie, nuove e antiche, sono state strutturate e trasmesse per favorire la possibilità di accedervi consapevolmente e trasformare un evento raro e casuale in un vero e proprio modo di essere e percepire la vita.

In ogni caso, esiste uno stato di coscienza che sembra essere una porta d’accesso a possibilità percettive cui non siamo abituati e soprattutto non riteniamo, in una sorta di prigionia cognitiva, di potervi accedere. Ed è uno stato che può essere, e lo è stato da sempre, osservato, studiato, contemplato, coltivato, reso consapevole, realizzato e trasformato in un modo di vivere.

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