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E’ qualcosa di interamente esperienziale.
Difficile da spiegare tanto quanto potenzialmente sperimentabile in modo naturale.
Anzi, più ci si riavvicina ad una vera naturalezza nell’osservare, nel sentire e nell’agire (cosa che richiede un insegnamento e la messa in atto di questo), più è facile coglierlo da soli senza spiegazioni.
Si può cogliere in noi stessi (e attorno a noi), portando in silenzio la mente, entrando in un placato sentire e lasciando fluire la percezione, staccando l’attenzione dagli oggetti che ci circondano e spostandola più sugli spazi che li “separano”, fino al suo manifestarsi spontaneo.
Può essere definito calma, armonia, benessere.
Richiede molta fiducia.
E’ più facile, a volte, sentirlo nel suo svelarsi quando siamo in sintonia con un’altra persona, parlando con lei, danzando, muovendoci in modo sincronizzato.
Allora si scopre che è uno spazio, uno spazio chiamato desiderio o, se si vuole usare un termine più antico, Eros. Ma questo spazio non è vuoto.
E’ un “campo”. E più lasciamo che sia questo campo a muoverci più ne cogliamo la potenza.
Un campo informato. Quando si crea le informazioni iniziano a “girare” e meno mente c’è, più informazioni arrivano.
In questo spazio avviene.
Avviene qualcosa di magico. Ci armonizza, ci calma.
E se a volta capita che emergano stati disarmonici allora basta avere ancora fiducia e metterli in contatto con questo campo.
Perché questo spazio, questo campo, è un campo armonico e quindi non può che armonizzare ciò che tocca.
E se siamo in una condizione per cui possiamo aiutare un altro, allora questo campo agisce per noi, più di noi, più delle nostre tecniche terapeutiche.
Perché questo campo è un campo che cura.
In questo spazio c’è la terapia.
Qui accade l’essenziale.
E, si sa, “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
E’ ormai indiscutibile che il mondo in cui viviamo stia attraversando un periodo di crisi e, come sottolineano spesso i media o vari analisti o pensatori, essa riguarda vari aspetti della vita.
Si parla di crisi economica, ambientale, energetica, socio-culturale etc.
Ma analizzando la situazione con più attenzione, si può individuare un denominatore comune, un fattore che, come ha ben evidenziato Ervin Làszlò (esperto in filosofia della scienza e della teoria dei sistemi), si situa per così dire alla fonte, e cioè il fatto che tutte le crisi discendono a cascata dalla vera e unica crisi:
la crisi dei valori.
Questa indica la perdita, da parte dell’essere umano, del contatto con se stesso e con ciò che essenzialmente lo caratterizza in quanto essere umano.
Secondo un pensiero che ha origini antiche ma viene riportato a galla recentemente dall’approccio umanistico-esistenziale, nella sua natura l’essere umano ha qualità positive, buone, legate alla ricerca di armonia con gli altri e con l’ambiente. Possiede, cioè, una sorta di etica interiore innata e universale, che non risente delle specifiche tendenze socio-culturali del proprio luogo di nascita ma che, invece, è facilmente distorta quando un ambiente non in sintonia con tale etica ne frustra la libera espressione e il libero sviluppo verso l’auto realizzazione e lo spontaneo senso di appartenenza, condivisione e altruismo.
Quindi un contesto che favorisca lo sviluppo spontaneo di tale natura, attraverso leggi adeguate e iniziative sociali basate più sul “tirar fuori” (educare) che sull’imporre possono favorire la crescita armonica dell’individuo che, in quanto “mattone essenziale” della società, andrà insieme ad altri a costituire una società più saggia e sensibile.
Esiste però una modalità ulteriore e complementare per creare un circolo virtuoso di interazione individuo-ambiente che è quello di crescere in consapevolezza riguardo se stessi e il proprio ruolo nel mondo. Quindi servizi che offrano l’occasione al cittadino per imparare ad “essere” oltre che a sapere e fare.
E anche essere con l’altro, con gli altri e con l’ambiente, secondo una visione sistemico-olistica che, riprendendo ancora spunto da Làszlò, ri-attualizza attraverso un nuovo paradigma scientifico ciò che in culture tradizionali antiche era quasi dato per scontato: nessuno è separato, siamo tutti interrelati e costituenti un unico sistema fatto da individuo-gruppo-ambiente.
Perché questo sistema sopravviva ogni elemento ha importanza, nonché la struttura in cui tutti gli elementi sono organizzati.
E soprattutto l’omeostasi, l’equilibrio fra mantenimento del sistema e rinnovamento, in un dinamico e armonico scambio fra interno ed esterno.
In termini pratici questo poteva essere sperimentato anticamente in tutti quei rituali che scandivano i passaggi essenziali della vita, il “cerchio” come incontro fra individui, la celebrazione condivisa, la scelta ponderata di come costruire senza rompere l’equilibrio dell’ambiente.
Ora è chiaro che nel mondo contemporaneo non è più possibile vivere esattamente come allora (e neanche auspicabile).
I pochi soggetti che costituivano un villaggio ora corrispondono alle migliaia di persone che vivono in città.
Però quella della “tribù” è una buona metafora ed offre spunti pratici per poter creare occasioni specifiche nel quale riprendere ciò che si è perso.
Non certo per tornare indietro, ma per andare avanti verso il futuro senza rischiare l’alienazione, l’oblio dalla condizione prima ed essenziale di esseri umani.
Come un albero deve andare avanti nella crescita per portare dei frutti, così la nostra società deve andare avanti ma, proprio come l’albero, dimenticando le radici profonde ci si può aspettare solo la morte.
Ritornando al principio di questo discorso:
Riappropriandosi dei valori essenziali, delle radici profonde dell’essere umano in quanto tale ( come ad esempio la fiducia e la gioia per la vita – prima dei ruoli e dei simboli che pongono differenze di valore -, la condivisione, la celebrazione, il senso di responsabilità per sé e per gli altri, la consapevolezza di abitare “sotto un unico cielo”), la società odierna avrà “linfa vitale” per crescere e portare frutti buoni nei vari rami che la compongono, dall’economia alla formazione, dalla sanità all’ambiente e così via.
Portare alla luce il “cuore” della crisi odierna e affrontarla con la sincera voglia di superarla, è una grande possibilità.
Perché riguarda l’essere umano in quanto tale, e di essere umani è fatta una società.
Talmente ovvio che ce ne stiamo dimenticando!
In una partita, come nel lavoro e nella vita in generale, esiste una dimensione apparentemente invisibile e ininfluente ma che, al contrario, gioca un ruolo fondamentale: la dimensione emotiva e mentale. Durante lo svolgersi della competizione entrano in ballo una quantità considerevole di emozioni e stati d’animo solitamente assenti in un allenamento o trascurati in quanto si è focalizzati soprattutto sulla preparazione fisico-atletica e tecnico-strategica.
Ecco allora che tensioni, situazioni sfavorevoli (campo di gioco, errori, sorte avversa etc.) o incomprensioni fra giocatori della stessa squadra possono compromettere l’esito della partita.
E’ possibile però allenare anche questa dimensione non trascurabile dell’essere umano e sviluppare la capacità di gestire le emozioni e di canalizzarle ai fini di una migliore prestazione, di gestire in modo costruttivo per la squadra i rapporti con gli altri componenti, di far confluire tutte le risorse in un’ azione totale ed efficace: quello che si dice agire col cuore, quel “non so che” che è facile osservare negli individui considerati dei “fuori classe”.
Questa è un’abilità che fa la differenza tra una performance atletica più o meno efficace e una performance di qualità, tra la bravura e l’eccellenza.
E questa qualità è, in ultima analisi, uno stato di coscienza, quello che in ambito sportivo è definito “stato di flow”, il calmo e concentrato fluire dell’azione, la mente ed il corpo al massimo delle loro potenzialità, il punto di incontro fra efficacia, armonia ed eccellenza.
Lo stato mentale che è vincente in sé, prima ancora dell’azione.
In uno sport di squadra, inoltre, il rapporto fra i compagni è una qualità fondamentale per raggiungere gli obiettivi comuni. Il gruppo-squadra è come un organismo formato da diversi componenti, ognuno con le sue specifiche qualità e risorse, e come ogni organismo il suo funzionamento dipende dall’armonia fra le sue singole parti. E quando questa armonia è presente, emerge la caratteristica specifica di un gruppo al suo massimo rendimento, così che le singole parti concorrono a formare qualcosa di più della loro somma: la squadra, un’unica entità con una sua propria energia, un suo cuore, una fiamma mantenuta e alimentata da ogni giocatore, in modi diversi ma di uguale intensità.
E’ possibile, per una squadra (ma anche per un singolo sportivo), intraprendere un percorso di coaching per conoscere e sviluppare queste potenzialità
Se c’è un “Dio che è morto”, per l’uomo, il suo nome è armonia, piacere, gentilezza, empatia.
Educarsi all’armonia in se stessi prima e con gli altri poi, può significare produrre un cambiamento.
Perché armonia è cambiamento, fluire, bilanciamento imponderabile ma sperimentabile.
Questa, secondo me, è l’unica “fede” che abbiamo perso (a dispetto di ciò che dicono i capi religiosi vari).
Quella che vediamo inconsapevole in natura e negli animali è, in potenza, conquista consapevole per gli esseri umani.
E ne basta poca (un piccolo seme di sesamo come recita uno scritto sacro), per muovere montagne.
L’illusione che per smuovere anche solo un posto di lavoro occorrano strategie, obiettivi, piani d’azioni sempre più innovativi ed efficaci, oppure soltanto …culo, ci tiene avvinti al perpetuarsi di oscillazioni fra la disarmonia, l’inseguimento infinito, e la “nostalgia” di un passato ancestrale, un paradiso terrestre incontaminato.
Eppure una via esiste.
Talmente semplice e delicata da essere oscurata dagli abbaglianti fuochi d’artificio della complicata società moderna.
Tutti. Ripeto tutti, e in tutto il loro organismo psicofisico, inseguono l’armonia.
Si arriva perfino alle peggiori atrocità per cercare la pace (per poi, se va bene, scoprire che si è cercato nel posto sbagliato).
Ma pochi se ne accorgono, pochissimi cercano l’essenziale.
Eppure l’essenziale ha un potere trasformativo che supera la più fervida immaginazione umana.
E, per fortuna, Armonia non è morta (e quindi neanche Dio).
Solo l’essere umano attuale, per ora, è a rischio…
No. Non mi riferisco a “quella” prima volta, ma ad un’altra che per me è stata anche più intensa e “scioccante”.
La prima volta che ho sperimentato la meditazione.
Una prima volta del tutto originale e inaspettata.
Nessuna sala pratica. Nessuna tecnica specifica. Niente incensi né musica.
A dir la verità non avevo la più pallida idea di cosa fosse davvero la meditazione, né sapevo che, anni dopo, avrei dato tanta importanza alla ricerca di quello stato di coscienza.
Avevo 19 anni. Un periodo particolare, in piena crisi esistenziale.
Mi ero iscritto all’Università, ma non avevo ancora bene chiaro in mente che cosa avrei fatto “da grande”.
Ero confuso. Molto confuso. Nella mia mente circolavano a velocità stratosferica centinaia di idee, pensieri, contraddizioni, dubbi e domande.
Eppure avevo bisogno di fare chiarezza, di scegliere, di decidere in qualche modo chi ero, quale fosse la mia identità.
Ogni giorno mi trovavo a cambiare idea su tutto. A volte ogni poche ore.
Un momento pensavo di voler essere ateo, poi credente, poi credente ma eretico.
Un attimo decidevo che avrei seguito sempre la razionalità, l’attimo dopo l’istinto.
Per qualche periodo ho pensato che la filosofia mi avrebbe cambiato la vita, poi che una donna lo avrebbe fatto, ancora dopo la scienza, oppure l’alcool.
E nella testa si fissava un pensiero, un’idea, un’ideale persino, per poi a breve vederne l’assurdità e lasciare spazio ad una nuova fissazione, destinata anch’essa a sciogliersi.
In fondo tutto aveva senso e non senso allo stesso tempo, era vero tutto e il contrario di tutto, solo questione di punti di vista.
Eppure avevo bisogno di stabilità, di un centro, ma niente mi sembrava tanto “valido” da esser tale.
Così tante volte mi sembrava di impazzire a tal punto che alla fine arrivai persino a vedere la follia, per quanto affascinante, solo l’ennesimo punto di vista relativo e non soddisfacente.
Niente mi soddisfaceva. Tutto, in qualche modo, alla fine mi dava noia.
Ogni volta che raggiungevo il limite di sopportazione prendevo il mio scooter celeste e bianco, pieno di adesivi, e andavo a fare un giro per le campagne ma, dopo un primo momento di liberazione, i pensieri ripartivano e il giro di giostra ricominciava.
Un gran giramento di testa e, devo dire, un gran giramento di palle!
Poi, un giorno, all’improvviso, qualcosa cambiò.
Correvo veloce sul mio solito scooter, nella solita strada di campagna, col solito flusso di pensieri in testa.
Ma, ad un certo punto, un pensiero “anomalo” rispetto agli altri comparve dal nulla, in mezzo al frastuono interiore:
“perché tanto battersi per l’una o l’altra idea, perché tanta ansia di aggrapparti ad un pensiero particolare, sperando di trovare stabilità laddove non può esserci? Tutto cambia: i tuoi pensieri, le tue emozioni, persino la realtà esterna cambia continuamente.
Prova a lasciar scorrere senza “fissare” niente. Prova a prendere semplicemente atto di ciò che compare nella tua mente, così com’è, senza giudizio, senza pretese, senza trattenerlo né respingerlo”
Tutto questo in un istante, al quale seguì un istantaneo “click” nella mente.
Il corpo si rilassò totalmente, la mente si alleggerì improvvisamente.
E mentre i pensieri e le sensazioni fluivano liberi, scivolando via, una strana, silenziosa gioia avvolse tutto il mio essere e per tutto il resto del tragitto fui pervaso da un senso di benessere e leggerezza mai provato prima, accompagnato da una grande lucidità e consapevolezza.
Passarono alcuni anni prima che io potessi dare un nome a quello stato di coscienza, e altro tempo ancora prima che capissi quanto possa valer la pena cercarlo, coltivarlo, tentare di conquistarlo e mantenerlo, anche nelle più caotiche situazioni.
Sono passati 15 anni, ed ora, pur sapendo quanto aiuti un abito adeguato, una sala pratica predisposta, una Guida, il silenzio, sono anche infinitamente grato di aver avuto la fortuna di vivere quell’attimo magico in un momento informale, in un posto come un altro.
Coincidenza o destino, oggi abito proprio vicino a quella strada e, spesso, mi trovo a passarci con l’auto per andare al lavoro.
A volte, mi sembra di vedere venirmi incontro dall’altra parte un ragazzo su uno scooter celeste e bianco pieno di adesivi.
E con una strana, silenziosa gioia nel viso.
Il ritmo è ovunque. E’ nel nostro respiro e nel battito cardiaco, è nei cicli della natura, nelle onde del mare e nella natura tutta.
Nasciamo con il senso del ritmo innato e questo certifica il nostro contatto con la terra, il cielo e la vita.
Se una persona non ha il “senso del ritmo”, non è qualcosa di caratteriale e non ha a che fare col “talento”.
Il senso del ritmo si può solo avere…o perdere.
E, in quest’ultimo caso si può sempre riacquisire.
E non serve per forza acquistare una batteria. Ogni cosa può aiutarci a stabilire un ritmo, creare energia e danzare.
Ce lo dimostrano questi fantastici ragazzi in uno spettacolo strepitoso, a cui ho avuto la fortuna di assistere anni fa!
Bellezza, armonia, passione, impeto di un movimento che anela alla libertà,
precisione e grazia nella magia di un azione consapevole.
Forse è solo uno spettacolo.
Ma per chi sa “vedere” è possibile cogliere e assorbire
queste qualità per farle proprie e trasferirle nella propria vita, nelle proprie azioni quotidiane.
Pensate a questa energia portata nel mondo del lavoro o delle relazioni, o in
politica e in economia, o nelle scuole….sono un sognatore? Forse.
Ma ogni cosa che esiste nella realtà è stata in qualche modo prima
sognata da qualcuno.
Ho imparato che il pensiero tende a divenire
realtà (nel bene e nel male).
Ecco perchè credo che sia importante
osservare i propri pensieri e nutrirsi di bellezza, armonia e grazia.
Perchè un giorno i sogni di molti potrebbero trasformare la realtà in un modo
che i “realisti” non avevano mai neanche immaginato.


