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la Preghiera è uno stato di coscienza.

Ancora “quello” stato di coscienza.

Non è possibile descrivere agli altri cosa sia questo stato e cosa si provi, tanto quanto è impossibile descrivere ad un’altra persona cosa sia esattamente il sentirsi innamorati (di una persona o di un lavoro o di qualsiasi altra cosa).

E’ uno stato emotivo superiore, e quindi in realtà ha poco a che vedere con quelle fluttuazioni emotive a cui siamo spesso abituati, anche se positive.

E’ uno stato del Cuore.

Alcune sensazioni che possono segnalarci di essere in quello stato sono: senso di apertura, dolce calore nel petto che si espande in tutto il corpo e oltre, gioia e gratitudine, vibrazione silenziosa, presenza espansa, pace, percezione di uno spazio vuoto che contiene le forme (interne ed esterne).

Tutte sensazioni che inizialmente nascono nel centro del petto e poi tendono spontaneamente ad espandersi (spontaneamente, senza uno sforzo volontario) nel corpo e in tutta la realtà circostante.

La mente ordinaria e continuamente dialogante tace, non interpreta né giudica né definisce e, tendenzialmente, tende a sciogliersi nelle sensazioni sopradescritte.

Le preghiere invece, intese come le varie pratiche che portano questo nome e diffuse in tutte le culture, servono ad offrirci la possibilità di accedere a questo stato.

Esistono indubbiamente preghiere create secondo Conoscenza e quindi più efficaci per portarci lì.

Sono pratiche trasmesse da chi è riuscito ad accedere in quello spazio magico e si è preso la briga, per compassione, di strutturare tecnologie idonee a portarci più gente possibile.

In realtà esse sono la riproduzione di ciò che il Veggente ha visto e sperimentato secondo le possibilità che le leggi della materia offrono.

Un Mantra, allora, non è altro che il nome del Principio contattato, il suo suono inudibile, riprodotto con le possibilità che offre la voce umana.

Così vale per la musica, i ritmi, le gestualità e le danza sacre.

In questo caso stiamo parlando di preghiere per contattare specifiche forze al fine di diventare uno con loro e acquisirne le corrispondenti qualità.

Ma lo stato di Preghiera si cui parlavo prima è soprattutto uno stato non specifico, un’apertura alla Vita e quindi al Principio dei Principi.

La meditazione silenziosa, nell’immobilità, è forse la pratica più adeguata: l’immobilità fisica conduce al silenzio interiore, così come l’attenzione al momento presente (senza punti precisi di concentrazione), sul centro del Cuore o sullo “spazio vuoto” esterno.

Li ci si offre la possibilità di sperimentare la presenza e la gioia che nascono apparentemente dal nulla. La gratitudine immotivata. L’amore che ama per la gioia di amare.

Lo stato di Preghiera, appunto.

Se teniamo presente questo, possiamo anche utilizzare qualsiasi pratica per raggiungerlo.

Anche se stiamo contattando un archetipo specifico e quindi praticando una specifica forma di preghiera (una danza, un mantra o una posizione yoga), possiamo ad un certo punto renderci conto di “quella” sensazione e focalizzarci su di essa.

E’ infatti la Forza delle Forze, ciò che è presente in ogni cosa, fisica o sottile.

Ma dobbiamo ricordarci che è lo stato che cerchiamo e non la tecnica, anche la più efficace.

Allora, una volta colto questo stato, conosciuto, familiarizzato con esso, possiamo portarlo nella vita, mentre camminiamo, mangiamo, lavoriamo, facciamo l’amore e qualsiasi altra cosa.

In questo modo la vita diventa una continua Preghiera.

Che ci si creda o no, che sia scientificamente provato o meno, esiste la possibilità di trovare, al centro del proprio cuore, al centro di se stessi, uno spazio.

Vuoto, libero, silenzioso.

Nel quale vibra gioia.

Dal quale tutta la nostra vitalità inizia a circolare, donandoci consapevolezza, benessere e potenza.

Essere nel cuore significa entrare in questo spazio e rilassarsi.

Una volta fatto si può intuire, se si è abbastanza pronti, il segreto di una vita felice:

Si coglie il presentimento di una chiave di volta, l’eco lontano di un suono che, pur senza parole, sembra sussurrare il segreto:

Ovunque tu sia, stacci col cuore.

Essere nel cuore richiede studio, dedizione e molta pratica, anche se è qualcosa che si compie in un solo istante.

Ma ci vuole molta, molta, molta passione per stare nel cuore…ovunque.

E’ quell’ovunque che fa la differenza.

E’ una grande sfida.

O forse….solo un abbandono completo.

Comprendere la differenza fra queste tre categorie non è solo speculazione intellettuale ma, al contrario, può fornire capacità operative che possono alzare di molto la qualità della nostra vita o del nostro lavoro.

Partiamo dall’analisi delle prime due, un’osservazione da poter fare a due livelli differenti o meglio con due “attenzioni” differenti.

Con la prima attenzione (partendo dal presupposto che possiamo essere anche non attenti, e questo capita molto spesso) possiamo stabilire delle priorità, decidere cioè ciò che ci è utile per raggiungere i nostri obiettivi personali o professionali, oppure uno stato di maggior salute o benessere, o ancora una migliore performance sportiva o artistica.

Significa creare strategie e pianificare azioni che ci portino verso la meta e riconoscere ciò che invece ci allontana o ne ritarda il raggiungimento.

A questo livello usiamo la mente razionale e, importantissimo, non decidiamo ciò che è giusto o sbagliato, ma solo ed unicamente ciò che ci è utile o ciò che non lo è.

Esiste però una seconda attenzione, un livello superiore dal quale guardare le cose, che ci permette di scoprire che non esistono schemi fissi che stabiliscano cos’è utile e cosa no.

E soprattutto ci evita di cadere nella trappola (facilmente presente nella mente razionale) del considerare utile solo ciò che è evidentemente produttivo, logico, pianificato, qualcosa che è molto influenzato da una sorta di senso del “dovere”, o dall’attaccamento al risultato, da una “freddezza” che irrigidisce e tende a spegnere il desiderio.

Il mezzo viene confuso con il fine.

Attraverso questa “seconda attenzione”, dicevo, la trappola si evita e si rivelano percorsi più creativi.

Possiamo per esempio scoprire che prendersi una banale “pausa caffè” al momento giusto è qualcosa di estremamente utile per poter ripartire con più energie o, al contrario, che una pianificazione troppo dettagliata e complicata finisce per rallentare il nostro cammino verso l’obiettivo.

Si va oltre gli schemi preconfezionati.

E da qui il passo è breve verso….l’essenziale: essere nel Cuore!

Non è un passaggio lineare, logico, graduale, ma un vero e proprio “salto” ad un livello differente.

L’essenziale non può facilmente essere descritto a parole, né tantomeno analizzato razionalmente, perché esso ha a che fare più con “qualità interiori”.

Esistono però singoli termini che, se colti nel loro senso più profondo, possono indicare alcuni aspetti.

Questi aspetti, come si può notare ad un’analisi non superficiale, non ricadono nelle ovvie e banali emozioni con le quali spesso si identifica erroneamente il termine “Cuore”.

Essere nel Cuore non ha a che vedere col sentimentalismo, né con le fluttuanti e incostanti emozioni che solitamente ci attraversano.

Essere nel Cuore significa innanzitutto essere “centrati”, “presenti”, partire dal “nucleo profondo di se stessi” per lasciare emergere fiducia, gratitudine (che precede, attenzione, l’ottenimento del risultato), apertura, silenziosa gioia, spontaneo senso di altruismo.

Se per sviluppare utili strategie ed efficaci azioni esistono modalità operative valide che possono essere apprese, per imparare ad “essere nel Cuore” occorre un percorso diverso, con tecnologie diverse, strutturate per creare la “possibilità” di sperimentare questo stato e imparare a mantenerlo.

Un’ ultima cosa fondamentale: cercare l’essenziale e muoversi a partire da esso non esclude gli aspetti precedentemente esposti. Discernere l’utile dal non utile, muoversi con facilità nel mondo della “prima attenzione” è fondamentale se si vuole esprimere l’essenziale, comunicarlo, insegnarlo, renderlo utile nella vita e nel lavoro.

Quindi rimanere nel Cuore e mettere la mente e il corpo al suo servizio.

Cercare sempre l’essenziale, mentre si cresce in capacità di discernere l’utile dall’inutile.

In una partita, come nel lavoro e nella vita in generale, esiste una dimensione apparentemente invisibile e ininfluente ma che, al contrario, gioca un ruolo fondamentale: la dimensione emotiva e mentale. Durante lo svolgersi della competizione entrano in ballo una quantità considerevole di emozioni e stati d’animo solitamente assenti in un allenamento o trascurati in quanto si è focalizzati soprattutto sulla preparazione fisico-atletica e tecnico-strategica.

Ecco allora che tensioni, situazioni sfavorevoli (campo di gioco, errori, sorte avversa etc.) o incomprensioni fra giocatori della stessa squadra possono compromettere l’esito della partita.

E’ possibile però allenare anche questa dimensione non trascurabile dell’essere umano e sviluppare la capacità di gestire le emozioni e di canalizzarle ai fini di una migliore prestazione, di gestire in modo costruttivo per la squadra i rapporti con gli altri componenti, di far confluire tutte le risorse in un’ azione totale ed efficace: quello che si dice agire col cuore, quel “non so che” che è facile osservare negli individui considerati dei “fuori classe”.

Questa è un’abilità che fa la differenza tra una performance atletica più o meno efficace e una performance di qualità, tra la bravura e l’eccellenza.

E questa qualità è, in ultima analisi, uno stato di coscienza, quello che in ambito sportivo è definito “stato di flow”, il calmo e concentrato fluire dell’azione, la mente ed il corpo al massimo delle loro potenzialità, il punto di incontro fra efficacia, armonia ed eccellenza.

Lo stato mentale che è vincente in sé, prima ancora dell’azione.

In uno sport di squadra, inoltre, il rapporto fra i compagni è una qualità fondamentale per raggiungere gli obiettivi comuni. Il gruppo-squadra è come un organismo formato da diversi componenti, ognuno con le sue specifiche qualità e risorse, e come ogni organismo il suo funzionamento dipende dall’armonia fra le sue singole parti. E quando questa armonia è presente, emerge la caratteristica specifica di un gruppo al suo massimo rendimento, così che le singole parti concorrono a formare qualcosa di più della loro somma: la squadra, un’unica entità con una sua propria energia, un suo cuore, una fiamma mantenuta e alimentata da ogni giocatore, in modi diversi ma di uguale intensità.

E’ possibile, per una squadra (ma anche per un singolo sportivo), intraprendere un percorso di coaching per conoscere e sviluppare queste potenzialità

Armonia…

Se c’è un “Dio che è morto”, per l’uomo, il suo nome è armonia, piacere, gentilezza, empatia.

Educarsi all’armonia in se stessi prima e con gli altri poi, può significare produrre un cambiamento.

Perché armonia è cambiamento, fluire, bilanciamento imponderabile ma sperimentabile.

Questa, secondo me, è l’unica “fede” che abbiamo perso (a dispetto di ciò che dicono i capi religiosi vari).

Quella che vediamo inconsapevole in natura e negli animali è, in potenza, conquista consapevole per gli esseri umani.

E ne basta poca (un piccolo seme di sesamo come recita uno scritto sacro), per muovere montagne.

L’illusione che per smuovere anche solo un posto di lavoro occorrano strategie, obiettivi, piani d’azioni sempre più innovativi ed efficaci, oppure soltanto …culo, ci tiene avvinti al perpetuarsi di oscillazioni fra la disarmonia, l’inseguimento infinito, e la “nostalgia” di un passato ancestrale, un paradiso terrestre incontaminato.

Eppure una via esiste.

Talmente semplice e delicata da essere oscurata dagli abbaglianti fuochi d’artificio della complicata società moderna.

Tutti. Ripeto tutti, e in tutto il loro organismo psicofisico, inseguono l’armonia.

Si arriva perfino alle peggiori atrocità per cercare la pace (per poi, se va bene, scoprire che si è cercato nel posto sbagliato).

Ma pochi se ne accorgono, pochissimi cercano l’essenziale.

Eppure l’essenziale ha un potere trasformativo che supera la più fervida immaginazione umana.

E, per fortuna, Armonia non è morta (e quindi neanche Dio).

Solo l’essere umano attuale, per ora, è a rischio…

Sono libero quando internamente mi sento come lo spazio:

immoto, aperto, vuoto e silenzioso.

E quando mi muovo con le qualità del vento che muove le foglie degli alberi:

le fa vibrare e cantare rimanendo invisibile e per mezzo di esse esprime e afferma la sua presenza.

E quando tutto questo lo vivo senza necessità di spiegazioni, senza scopo.


Fuori il mondo scorre, scorrono i pensieri e le sensazioni….

…colori, suoni, foglie al vento, nuvole in cielo….

Dentro il silenzio da tutto attraversato….vuoto, trasparente e immoto.

Il mio cuore gioisce.

La libertà è un’esperienza interiore, senza attributi, senza dubbi né certezze, solo piacere..

Cercare ciò che sta Oltre.

Muoversi, pensare a partire dall’Oltre.

Le foglie sono mosse dal vento.

Un percorso interiore, una Via, è ciò che ci trasforma da foglie a vento:

prima siamo mossi da qualcosa che non si vede.

Dopo siamo noi a muovere le cose senza essere visti.

Da un vicolo, camminando nella sera accanto ai canali di acqua per le strade, improvvisamente si apre una piazza.

Al centro, il Duomo.

Non saprei dire se il contatto è avvenuto prima nella mente o nel cuore, se è stata visione o sentire.

So solo che qualcosa mi ha toccato.

All’interno, una vibrazione, e poi come un ricordo dimenticato.

Un ricordo senza forma, né chiare emozioni.

Solo il fremere interno ed esterno, nel cuore ma anche nel corpo,

che mi ha accompagnato per le strade di Friburgo, fra i vicoli,

camminando nella notte, accanto ai canali di acqua per le strade.

La comunicazione è un’arte.

E come ogni arte ha i suoi segreti.

Ma qual’è il “segreto” della comunicazione?

Immaginate due cerchi concentrici con un punto al centro.

Il secondo cerchio (quello più esterno) rappresenta la comunicazione ordinaria, il parlare quotidiano e meccanico, il dire ciò che si dice così, senza pensarci (e spesso senza neanche ricordarsi di cosa si è detto).

Il primo cerchio, il più interno, rappresenta quella che oggi si definisce “comunicazione efficace”, quella insegnata in gran parte dei corsi omonimi, rivolti a chiunque abbia a che fare con “gli altri” specie se per motivi professionali.

La conoscenza di questo primo cerchio implica la padronanza della comunicazione non-verbale, quella cioè più celata, riguardante posture, gesti, toni di voce, e che permette la consapevolezza e la gestione degli stati emotivi propri e dell’altro.

In realtà non è semplice acquisire dimestichezza con questi aspetti, e spesso si finisce per apprendere solo delle tecniche che, in quanto tali, si situano per così dire a metà, fra il primo e il secondo cerchio. Ma anche diventando esperti di comunicazione efficace, si rimane “fuori” dal centro, il cuore, il segreto.

Si rimane ancora in un campo che sta a metà fra il tentare di convincere o manipolare l’altro e “vendere” se stessi, per paura di non essere capiti, giudicati non degni di ascolto e fiducia.

Si rimane legati a tecniche, strategie, obiettivi, e si perde la “sostanza”.

Questo perché manca l’essenziale.

Comunicare davvero significa stabilire un contatto vero, vivo con l’altro.

Significa trasformare e trasformarsi.

Significa “non essere più gli stessi” dopo.

Ma per far questo, occorre innanzitutto….esserci.

Essere connessi.

Essere.

Pochi, pochissimi forse, intuiscono che esiste un “centro” e osano tentare l’accesso al “cuore” della comunicazione.

Se non ci “siamo” noi non c’è neanche l’altro.

E, soprattutto, all’altro arrivano solo, nel migliore dei casi, le nostre strategie, i nostri obiettivi.

Nel peggiore i nostri problemi di comunicazione.

Questo perché possiamo trasmettere (comunicare) solo ciò che siamo, niente di più e niente di meno!

Un esempio chiaro è quello di un grande musicista che suona dal vivo.

Lui è li, sopra un palco.

E, se suona “col cuore”, pur rimanendo lì, pur non cercando assolutamente di convincere nessuno, né tantomeno usando strategie efficaci, arriva, tocca, commuove, può perfino trasformare qualcuno.

E, come effetto collaterale, magari, vende milioni di dischi!!

Scoprire il centro di noi stessi, essere al centro di noi stessi, significa essere al centro di ogni cosa.

Ecco perché per diventare dei comunicatori efficaci, occorre un percorso formativo che parta da un lavoro su di sé, che miri al cuore di se stessi e delle cose che ci circondano.

Così si crea uno “spazio”, un varco che mette (stavolta davvero) in comunicazione il nostro interiore con quello dell’altro (o degli altri).

A quel punto non conta se ciò che esce sono parole dette o scritte, musica, gesti, sguardi, odori.

Quel che accade è qualcosa di magico.

E’ il contatto “da Cuore a Cuore” caro alla tradizione Zen.

A quel punto comunicare è, innanzitutto, essere.

Ed essere……è comunicare!

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