IL “CAMPO” CHE CURA
E’ qualcosa di interamente esperienziale.
Difficile da spiegare tanto quanto potenzialmente sperimentabile in modo naturale.
Anzi, più ci si riavvicina ad una vera naturalezza nell’osservare, nel sentire e nell’agire (cosa che richiede un insegnamento e la messa in atto di questo), più è facile coglierlo da soli senza spiegazioni.
Si può cogliere in noi stessi (e attorno a noi), portando in silenzio la mente, entrando in un placato sentire e lasciando fluire la percezione, staccando l’attenzione dagli oggetti che ci circondano e spostandola più sugli spazi che li “separano”, fino al suo manifestarsi spontaneo.
Può essere definito calma, armonia, benessere.
Richiede molta fiducia.
E’ più facile, a volte, sentirlo nel suo svelarsi quando siamo in sintonia con un’altra persona, parlando con lei, danzando, muovendoci in modo sincronizzato.
Allora si scopre che è uno spazio, uno spazio chiamato desiderio o, se si vuole usare un termine più antico, Eros. Ma questo spazio non è vuoto.
E’ un “campo”. E più lasciamo che sia questo campo a muoverci più ne cogliamo la potenza.
Un campo informato. Quando si crea le informazioni iniziano a “girare” e meno mente c’è, più informazioni arrivano.
In questo spazio avviene.
Avviene qualcosa di magico. Ci armonizza, ci calma.
E se a volta capita che emergano stati disarmonici allora basta avere ancora fiducia e metterli in contatto con questo campo.
Perché questo spazio, questo campo, è un campo armonico e quindi non può che armonizzare ciò che tocca.
E se siamo in una condizione per cui possiamo aiutare un altro, allora questo campo agisce per noi, più di noi, più delle nostre tecniche terapeutiche.
Perché questo campo è un campo che cura.
In questo spazio c’è la terapia.
Qui accade l’essenziale.
E, si sa, “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
L’UTILE, L’INUTILE E L’ESSENZIALE
Comprendere la differenza fra queste tre categorie non è solo speculazione intellettuale ma, al contrario, può fornire capacità operative che possono alzare di molto la qualità della nostra vita o del nostro lavoro.
Partiamo dall’analisi delle prime due, un’osservazione da poter fare a due livelli differenti o meglio con due “attenzioni” differenti.
Con la prima attenzione (partendo dal presupposto che possiamo essere anche non attenti, e questo capita molto spesso) possiamo stabilire delle priorità, decidere cioè ciò che ci è utile per raggiungere i nostri obiettivi personali o professionali, oppure uno stato di maggior salute o benessere, o ancora una migliore performance sportiva o artistica.
Significa creare strategie e pianificare azioni che ci portino verso la meta e riconoscere ciò che invece ci allontana o ne ritarda il raggiungimento.
A questo livello usiamo la mente razionale e, importantissimo, non decidiamo ciò che è giusto o sbagliato, ma solo ed unicamente ciò che ci è utile o ciò che non lo è.
Esiste però una seconda attenzione, un livello superiore dal quale guardare le cose, che ci permette di scoprire che non esistono schemi fissi che stabiliscano cos’è utile e cosa no.
E soprattutto ci evita di cadere nella trappola (facilmente presente nella mente razionale) del considerare utile solo ciò che è evidentemente produttivo, logico, pianificato, qualcosa che è molto influenzato da una sorta di senso del “dovere”, o dall’attaccamento al risultato, da una “freddezza” che irrigidisce e tende a spegnere il desiderio.
Il mezzo viene confuso con il fine.
Attraverso questa “seconda attenzione”, dicevo, la trappola si evita e si rivelano percorsi più creativi.
Possiamo per esempio scoprire che prendersi una banale “pausa caffè” al momento giusto è qualcosa di estremamente utile per poter ripartire con più energie o, al contrario, che una pianificazione troppo dettagliata e complicata finisce per rallentare il nostro cammino verso l’obiettivo.
Si va oltre gli schemi preconfezionati.
E da qui il passo è breve verso….l’essenziale: essere nel Cuore!
Non è un passaggio lineare, logico, graduale, ma un vero e proprio “salto” ad un livello differente.
L’essenziale non può facilmente essere descritto a parole, né tantomeno analizzato razionalmente, perché esso ha a che fare più con “qualità interiori”.
Esistono però singoli termini che, se colti nel loro senso più profondo, possono indicare alcuni aspetti.
Questi aspetti, come si può notare ad un’analisi non superficiale, non ricadono nelle ovvie e banali emozioni con le quali spesso si identifica erroneamente il termine “Cuore”.
Essere nel Cuore non ha a che vedere col sentimentalismo, né con le fluttuanti e incostanti emozioni che solitamente ci attraversano.
Essere nel Cuore significa innanzitutto essere “centrati”, “presenti”, partire dal “nucleo profondo di se stessi” per lasciare emergere fiducia, gratitudine (che precede, attenzione, l’ottenimento del risultato), apertura, silenziosa gioia, spontaneo senso di altruismo.
Se per sviluppare utili strategie ed efficaci azioni esistono modalità operative valide che possono essere apprese, per imparare ad “essere nel Cuore” occorre un percorso diverso, con tecnologie diverse, strutturate per creare la “possibilità” di sperimentare questo stato e imparare a mantenerlo.
Un’ ultima cosa fondamentale: cercare l’essenziale e muoversi a partire da esso non esclude gli aspetti precedentemente esposti. Discernere l’utile dal non utile, muoversi con facilità nel mondo della “prima attenzione” è fondamentale se si vuole esprimere l’essenziale, comunicarlo, insegnarlo, renderlo utile nella vita e nel lavoro.
Quindi rimanere nel Cuore e mettere la mente e il corpo al suo servizio.
Cercare sempre l’essenziale, mentre si cresce in capacità di discernere l’utile dall’inutile.
CERCARE L’ARMONIA
Se c’è un “Dio che è morto”, per l’uomo, il suo nome è armonia, piacere, gentilezza, empatia.
Educarsi all’armonia in se stessi prima e con gli altri poi, può significare produrre un cambiamento.
Perché armonia è cambiamento, fluire, bilanciamento imponderabile ma sperimentabile.
Questa, secondo me, è l’unica “fede” che abbiamo perso (a dispetto di ciò che dicono i capi religiosi vari).
Quella che vediamo inconsapevole in natura e negli animali è, in potenza, conquista consapevole per gli esseri umani.
E ne basta poca (un piccolo seme di sesamo come recita uno scritto sacro), per muovere montagne.
L’illusione che per smuovere anche solo un posto di lavoro occorrano strategie, obiettivi, piani d’azioni sempre più innovativi ed efficaci, oppure soltanto …culo, ci tiene avvinti al perpetuarsi di oscillazioni fra la disarmonia, l’inseguimento infinito, e la “nostalgia” di un passato ancestrale, un paradiso terrestre incontaminato.
Eppure una via esiste.
Talmente semplice e delicata da essere oscurata dagli abbaglianti fuochi d’artificio della complicata società moderna.
Tutti. Ripeto tutti, e in tutto il loro organismo psicofisico, inseguono l’armonia.
Si arriva perfino alle peggiori atrocità per cercare la pace (per poi, se va bene, scoprire che si è cercato nel posto sbagliato).
Ma pochi se ne accorgono, pochissimi cercano l’essenziale.
Eppure l’essenziale ha un potere trasformativo che supera la più fervida immaginazione umana.
E, per fortuna, Armonia non è morta (e quindi neanche Dio).
Solo l’essere umano attuale, per ora, è a rischio…









